Pianificare la longevità. Perché?
Pianificare la longevità. Perché?
Da dove nasce l’esigenza di guardare diversamente al ciclo di vita rispetto al passato.
Di Emanuela Notari
Le ragioni che rispondono alla domanda del titolo “Pianificare la longevità. Perché?” sono diverse e, come spesso succede, attengono ad ambiti diversi di questa nuova società della longevità e dei suoi cittadini. La prima risposta è sicuramente che vivere ormai fino a quasi 100 anni richiede maggiori risorse che vivere fino a 65/70 e quindi i capitali, tangibili e intangibili, su cui si basano queste risorse vanno amministrati, in fase di accumulo e di decumulo.
La seconda è che le certezze e gli automatismi su cui si basava il ciclo di vita dei nostri nonni non esistono più:
- non esiste più il posto fisso né l’ovvio miglioramento sociale di generazione in generazione
- non esiste più lo stesso welfare previdenziale perché nel frattempo il Paese ha ridotto il numero di figli/lavoratori a sostegno di una popolazione pensionata sempre maggiore, e le riforme ci mettono una toppa allontanando l’età pensionistica e abbassando l’importo dell’assegno attraverso il calcolo contributivo
- non esiste più lo stesso welfare sanitario perché, pur partendo da uno dei modelli migliori del mondo per universalità delle prestazioni, la gestione scientemente o inconsapevolmente miope l’ha ridotto in pezzi, situazione alla quale si è aggiunto il peso del continuo e progressivo invecchiamento del Paese, anagrafico e biologico.
E qui veniamo alla terza risposta. Grazie al progresso medico scientifico le occasioni di morte in età avanzata sono fortemente diminuite, ma chi oggi ha più di 50 anni è ancora destinato a perdere via via qualità della vita durante la vecchiaia.
A una inedita capacità di scampare il rischio morte non abbiamo ancora associato, infatti, la capacità di preservare il nostro capitale fisico o, come viene chiamato in medicina, la nostra riserva biologica. E la sperperiamo in stili di vita inconsapevoli e sbagliati, ignorando che longevità e soprattutto longevità in buona salute dipendono più dai comportamenti che dalla genetica. Al contrario, se il mondo non si autoeliminerà prima, i nostri nipoti saranno in grado di essere più consapevoli e previdenti durante tutta la vita, evitando comportamenti che all’alba della vecchiaia cominciano a riscuotere i propri interessi – senza ammazzarci, spesso e volentieri, ma riducendo la qualità della vita.
Aggiungiamo che, pur migliorando il benessere nel mondo a livello globale, la forbice tra chi può e chi non può si allarga, approfondendo la differenza di condizioni di vita specie nella fase di vecchiaia, sia per l’aggravio costituito per il budget familiare o individuale dalle spese di cura, sia per la durata del periodo post-pensionamento durante il quale, normalmente, si decumulano i propri risparmi per integrare un reddito pensionistico mediamente insufficiente a garantire il mantenimento del tenore di vita. Allora la domanda è: su quanti anni si possono spalmare i risparmi? Se il periodo aumenta e i risparmi no, la coperta rischia di presentarsi corta proprio quando le condizioni fisiche richiedono maggiore resilienza.
Basterebbero queste poche osservazioni per spiegare perché non si può raggiungere lo stesso livello di benessere dei nostri nonni senza un fondo pensione, senza una polizza sanitaria e Long Term Care, senza una carriera programmata anche nella parte finale, per allungare – se lo si desidera o se ne ha necessità – la capacità di produrre reddito da lavoro anche in età molto matura, seppur con tempi e livelli di impegno diversi.
Ma c’è un’altra risposta che ha un segno diverso, quello di un’opportunità da non perdere.
La fase di vita tra i 60 e i 75 che per le generazioni che ci hanno preceduto era già vecchiaia oggi assume i connotati di un nuovo capitolo di vita, tutto da scrivere, per il quale non abbiamo modelli cui ispirarci perché i nostri nonni a 60 anni erano già a fine percorso e i nostri genitori comunque già a riposo. Noi no, noi siamo o saremo ancora impegnati nel lavoro, probabilmente ancora attivi socialmente, fisicamente e persino sentimentalmente.
Quindici anni che hanno assunto un ruolo di perfezionamento della crescita individuale, più che di pantofole e giornale.
In questa fase di vita c’è chi ritorna a studiare, chi cambia carriera o magari finalmente apre un’attività in proprio che aveva carezzato tutta la vita ma che le priorità familiari rendevano impraticabile, chi divorzia perché se a 60 anni ne hai ancora 25/30 davanti e il rapporto con il partner fa acqua da tutte le parti, forse non si può più dire “dai chiudiamo un occhio e tiriamo avanti gli ultimi anni insieme”. C’è chi prende baracca e burattini e si trasferisce all’estero, magari in un Paese dove il proprio reddito pensionistico viene trattato meglio, consentendo una vita migliore.
Nulla di tutto questo viene bene se lo si lascia al caso. Dove si può si pianifica, dove non si può, si pianificano le risorse necessarie a dare un senso all’improvvisazione.
Foto di Mattia Bericchia su Unsplash
