Gli anziani e la condiscendenza
Il grande iceberg contro cui il nostro Titanic viaggia speditamente, con lo sguardo ostinatamente volto altrove, è quello del crescente numero degli anziani non autosufficienti nel nostro Paese: oggi 1,4 milioni, ai quali se ne aggiungono 2,2 milioni affetti da patologie e disabilità gravi per i quali evidentemente non stanziamo abbastanza risorse, dato che per le famiglie, come andiamo ripetendo da anni, la non autosufficienza è la prima causa di impoverimento. Ma se il dramma collettivo è quello della sostenibilità del sistema, quello individuale è nella propria progressiva (in certi casi rapida) trasformazione in una creatura indifesa, in balia di altri esseri umani. I principali timori per un eventuale futuro da non autosufficiente riguardano senz’altro gli abusi e i maltrattamenti cui si rischia di andare incontro all’interno di qualche struttura priva di regole, o talvolta tra le stesse mura della propria casa. Alla violenza esplicita si sommano quella psicologica, il senso di abbandono e inutilità che in genere si accompagnano a una condizione di solitudine estrema e inattività. A fronte di tutto questo la cosa meno spaventosa in cui possa capitare di imbattersi è l’affettuosa condiscendenza di un badante di buona volontà. Eppure è proprio questo che, a soffermarcisi, fa veramente paura: l’idea che a conti fatti la condiscendenza sia il massimo a cui possiamo aspirare. L’apparentemente lecita, universale, pienamente tollerata infantilizzazione della persona anziana e/o non autosufficiente, il paternalismo che si riserva a bambini, fragili e incapaci di autodeterminarsi. I gesti che invadono e mortificano di fronte alla mancanza di confini del nuovo corpo inerme, il contatto fisico non richiesto, la bocca pulita con eccessiva energia anche quando bastava segnalarlo e la persona avrebbe potuto provvedere da sé, la progressiva erosione della residua autonomia fisica e mentale in luogo della sua promozione, a volte proprio con l’obiettivo più o meno inconscio di incoraggiare la persona a diventare sempre più dipendente. Una questione irrilevante? Non credo. Le persone che subiscono questo tipo di abuso possono diventare passive e introverse, ansiose o depresse.
Doris Lessing, in un’intervista di qualche tempo fa sulla vecchiaia, osservava che “l’atteggiamento condiscendente nei confronti delle persone anziane in generale, è una caratteristica fissa della razza umana: quello di trovarsi un gruppo, un individuo, un animale con cui essere paternalistici. È una vecchia logica della quale non ci siamo mai liberati e la usiamo con particolare riguardo verso le persone anziane, perché vecchio per tanti significa stupido, incapace.” Tutto comincia da lì, dallo sguardo che posiamo sugli altri in quanto singoli o appartenenti a determinate categorie. Sta a noi modificare quello sguardo, se non altro facendo leva sul pensiero che prima o poi saremo noi stessi a esserne oggetto da parte di qualcun altro.
