Pregiudizio e stigma: le ricerche contemporanee
Tratto da “Invecchiare con saggezza” (Il Mulino, 2017) di Martha C. Nussbaum e Saul Levmore.
Riprendendo l’interessantissimo volume scritto da Nussbaum e Levmore, proponiamo la lettura di un estratto che ben si intreccia ai temi che la Fondazione Longevitas affronta con la sua attività, quale quello dell’ageismo, stereotipo diffuso e poco noto, pregiudizio da superare.
Pregiudizio e stigma: ricerche contemporanee
“Nelle ricerche si ripete di continuo che occorre compierne di nuove, con la conseguenza che le risultanze finora ottenute dovrebbero essere considerate provvisorie. Ciò malgrado, sembra possibile trarre qualche conclusione ragionevolmente solida.
In primo luogo, gli stereotipi riguardanti gli anziani sono in parte espliciti e in parte impliciti. Come in altri ambiti di ricerca sui pregiudizi, appare oggi chiaro che il pregiudizio contro la vecchiaia opera in maniera potente a livello inconscio, in quanto bastano minimi stimoli verbali a suscitare reazioni negative, persino quando il soggetto non sa di avere questi pregiudizi. Il pregiudizio implicito nei confronti della vecchiaia dipende verosimilmente da ciò che si è appreso durante l’infanzia, poi interiorizzato in profondità: sarà dunque difficile sradicarlo.
Lo stereotipo presuppone una reazione avversiva ai corpi vecchi in quanto tali: ma contiene anche convinzioni più specifiche. Per esempio, che le capacità cognitive e la memoria degli anziani siano in declino. Quindi, gli stessi errori e le dimenticanze vengono addebitati alla normale fallibilità umana quando a commetterli è una persona giovane, ma attribuiti alla senilità nel caso di una persona in là con gli anni.
Il contesto medico
Analogalmente, gli stessi problemi fisici ascritti a una malattia curabile nei giovani, vengono addebitati agli effetti inevitabili della vecchiaia quando il paziente è anziano. Siccome gli stereotipi dell’inevitabilità si protraggono da tempo immemorabile, in realtà non sappiamo di preciso quali siano i parametri che definiscono lo stato di salute per le varie fasce d’età e per i vari tipi di prestazione. L’ignoranza alimenta gli stereotipi, riguardo agli altri e a volte riguardo a sé stessi.
Anche quando lo stereotipo contiene un elemento positivo, questa positività nasconde al proprio interno qualcosa di negativo. E’ così che lo stereotipo positivo su un uomo anziano tende a enfatizzarne la “saggezza” – non l’abilità o il talento analitici, non l’atteggiamento sovversivo di sfida alle norme vigenti. E alle donne viene persino negata questa asserita saggezza – lo stereotipo femminile positivo è, infatti, quello della nonna perfetta, che probabilmente denota un comportamento servile: niente di associabile, insomma, all’eccellenza o a idee stimolanti.
E, com’era prevedibile l’influenza esercitata sia dal pregiudizio esplicito che da quello implicito ha effetti reali sul comportamento. Limitandosi alla salute, gli stereotipi impediscono alle persone anziane di cercare rimedi per disturbi o malattie curabili: se cercano una terapia, rischiano di non trovarla qualora il personale medico, influenzato dagli stereotipi, fosse dell’avviso che le loro condizioni sono addebitabili a un “normale processo di invecchiamento”.
Lo stress provocato dal portarsi dietro tutti questi stereotipi negativi ha ripercussioni sulla salute e sul benessere.
Il contesto del lavoro
La sensazione che la discriminazione contro i lavoratori anziani sia ‘naturale’, e che dunque non si tratti di discriminazione vera e propria, è estremamente diffusa. Un esauriente studio sulla discriminazione contro i lavoratori ultracinquantenni negli Stati Uniti dimostra che è un problema assai comune, e ha trovato conferma sperimentale in una serie di test nei quali sono stati valutati dei curriculum vitae falsi: in alcuni veniva indicata l’età, in altri no.
Lo studio conclude che questo tipo di discriminazione non viene percepito come ingiusto dalle persone: è solo e soltanto naturale
Il contesto dell’amicizia
Un contesto particolarmente vulnerabile alla segregazione stigmatizzante è quello dell’amicizia. Le famiglie hanno il vantaggio di promuovere contatti continuativi tra una generazione e l’altra.
Questi contatti, tuttavia, non sono sempre benigni: per esempio possono consolidare lo stereotipo della nonna innocua o del nonno patriarca – anziché contribuire a concentrare l’attenzione sulle capacità e sulle attività preferite dell’individuo. Le persone anziane il cui unico contesto per avere delle amicizie è la famiglia sono soggette a un restringimento del proprio ruolo sociale percepito. Le amicizie sul luogo di lavoro sono più promettenti, in quanto offrono la possibilità di continuare a coltivare le amicizie con persone di molte età diverse. Scegliersi degli amici appartenenti a varie fasce d’età funge da stimolo contro l’autocompiacimento, permette di rimanere aperti a molti tipi di sfide e impedisce lo stigma della segregazione e dell’autosegregazione.
Il capitolo del saggio dialogico di Nussbaum e Levmore prosegue ampliandosi e scandagliano i terreni della segregazione, ma anche le vie per liberare questa stagione della vita dai pregiudizi ageisti.
“Non è forse giunta l’ora, per tutti noi figli attempati del baby boom, to ‘take back the night’ (di riappropriarci della notte?) di rivendicare cioè come nostro quel territorio interiore inesplorato che tentiamo in tutti i modi di evitare?”
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